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Oltre il post-truth
Post-truth è la parola dell’anno, secondo l’Oxford Dictionary. Essa “denota le circostanze in cui i fatti oggettivi hanno meno influenza nell'orientare l'opinione pubblica rispetto agli appelli emotivi e alle convinzioni personali”.
Le notizie false, quelle che chiamiamo bufale, in effetti sono ovunque, persino nelle campagne politiche e costruiscono slogan in grado a portare successi imprevedibili: “make America great again!”, quindi. Saremmo, dunque, nell’era post-verità; quella post-truth, per l'appunto. Siamo però sicuri che sia proprio così? Internet, oggi accusato di essere la patria della disinformazione soprattutto attraverso i social network, è in realtà soltanto un grosso megafono che amplifica qualsiasicosa (sensata o meno che sia) senza limiti spaziali e temporali. Del resto, anche “yes we can” era un bellissimo slogan, ma pur sempre uno slogan così come le bufale ci sono sempre state. Diciamo piuttosto che “nel 1989 ci volevano gli articoli di altri giornalisti e inviati a Washington per far sapere che una ricostruzione era infondata” (per citare Luca Sofri de Il Post), mentre oggi basta Youtube. E diciamo anche che le bufale, così come tutte le altre notizie, godono della stessa amplificazione e della medesima accessibilità universale. Tutte, anche se scritte da un sedicenne dalla sua cameretta. Anyway, la post-truth society è già vecchia: siamo nell’era del post-post-verità.
25/11/2016