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Sesto potere
Non si calma il dibattito sulle fake news e, di conseguenza, non lo fa neanche la placida accettazione anche solo dell’idea (già di per sé pericolosa) di approvare una forma di censura all’informazione, in virtù della verità (valore che è sempre bene difendere, ma non legalmente).
La quarta rivoluzione industriale cambierà ancora l’informazione a questo punto è bene chiedersi se sia necessaria una risposta di tipo giuridico” chiosa Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Antitrust, rilanciando la sua (folle) idea di un’authority che decida cosa è vero e cosa non lo è; sostiene invece la promozione, da parte del Governo, “di un tavolo di consultazione tra tutti gli operatori della filiera di produzione e distribuzione delle notizie e dei contenuti in Rete per definire insieme una serie di linee guida” il docente universitario Ruben Razzante e non manca nemmeno l’appoggio di Maurizio Costa, numero uno della Fieg, secondo cui “una authority per l'autodisciplina potrebbe essere utile”. Tutto molto interessante, per dirla con Rovazzi, ma decidere cosa è vero e cosa no è censura, non c’è altro modo di chiamarla. Le “soluzioni” soprariportate e proposte durante un dibattito romano organizzato dalla Fieg, non solo rischiano di azzoppare la libera informazione, imboccando una strada dalla quale difficilmente si potrebbe poi tornare indietro, ma non affrontano il reale problema: le fake news non sono solo di internet ma appaiono anche sui grandi giornali, come quelli i cui direttori erano seduti a Roma, ad annuire davanti ai vaneggiamenti di Pitruzzella, e il motivo per cui questo accade è lontano dalle letture più o meno fantasiose del problema: i giornali non sono stati in grado di affrontare la rapidità. Internet è, per forza di cose, il mezzo mediatico più veloce disponibile: una news può essere letta, recepita e pubblicata da un giornale nel giro di pochi minuti e questa possibilità ha galvanizzato giornalisti abituati a stare incollati alle fonti per essere sicuri che la prossima ribattuta sia quella buona (e spesso non lo è); tutto veloce, tutto rapido, tutto bello. Ci si è però dimenticati di un dettaglio: il giornalista non è, o non dovrebbe essere, un passacarte, un qualsiasi internauta che ritwitta le agenzia di stampa: il 10% del lavoro dovrebbe essere trovare una notizia, il restante 90% dovrebbe essere approfondirla, verificarla e analizzarla. Ecco, questo in pochi minuti non si può fare, neanche con internet. Come scriveva qualche giorno fa Reuters, “quando c’è qualcosa che non sappiamo, lo diciamo. Quando ci arrivano delle voci, le rintracciamo e le riportiamo solo quando siamo sicuri che rispondano ai fatti”. Ecco, Deo gratias, questo fanno i giornalisti.
03/02/2017