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Web, giurisdizione di legittimità: diffamazione a mezzo internet, responsabile anche gestore

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05/01/2017 14:59
 
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Se si parla di diffamazione, Facebook e i social non sono assimilabili alla stampa ma vanno considerati come mezzo di pubblicità: così stabilisce una recente sentenza della Cassazione.
Nello scorso mese di novembre non tutti i siti d’informazione italiani hanno ottenuto risultati positivi. Rispetto al mese precedente, Repubblica segnala una crescita di utenti del 4% per un totale di 1,56 milioni, a differenza del Corriere della Sera che con 1,08 milioni non registra sensibili variazioni (+0,1%) e della Stampa che accusa un pesante calo del 14,3%.
Nessun sequestro civile preventivo di giornali online nel caso di pubblicazioni sospette di diffamazione; non è neppure ammissibile l’ordine di cancellazione o di oscuramento di una o più pagine di stampa di testate telematiche, tramite il ricorso all’azione inibitoria ex art. 700 c.p.c.
I diritti derivanti dalla libertà di stampa sancita dalla Costituzione, valgono anche per i periodici online che, dunque, non posso essere sequestrati in caso di notizie diffamatorie, al pari dei loro equivalenti cartacei.
Con una decisione che ha destato stupore, la Cassazione ha definitivamente respinto la richiesta dell'INPGI di avere da RTI (Reti Televisive Italiane S.p.A., società del Gruppo Mediaset) contributi per circa 1 mln e mezzo di euro, come emergeva da un'ispezione in azienda per 7 giornalisti per il periodo maggio 1999-febbraio 2005, tra i quali Alessandro Piccinini, noto conduttore di "Controcampo" dal 1998 a 2012 su Italia 1.