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Raccolta Editoriali
Quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito. E così finirà per le emittenti locali, cui l’ansia di diventare operatore di rete ha fatto perdere di vista il vero business.
 
Nel Nord non si parla più di DTT. Per quei pochi (utenti) che l’hanno sentita, letta e capita, mentre erano con le valigie in mano e la chiave nella toppa di casa, la proroga dell’esodo tecnologico nell'area tecnica più impegnativa del Paese, è stata la conferma del solito andazzo.
 
C’è un aspetto oscuro dell’assegnazione dei diritti d’uso delle frequenze per il digitale terrestre: la destinazione dei canali dal 61 al 69 UHF.
 
La settimana appena passata, come preannunciato, ha visto la pubblicazione sincrona e sordina della delibera Agcom 366/10/CONS e del bando del MSE-Com per l’assegnazione dei logical channel number (LCN).
 
Scansato per un soffio il rischio di uno switch-off con le palette ed il secchiello ancora in mano, gli editori televisivi locali del nord Italia si trovano però con una scadenza sostitutiva alle porte.
 
Tranquilli, lo switch-off di settembre si farà. Ma non sarà quello televisivo: a migrare sarà, con ogni probabilità, il governo Berlusconi, allo sbando dopo una convulsa settimana politica misurata anche nel settore televisivo.
 
Il 28 luglio è convocato a Roma il Comitato Nazionale Italia Digitale, presieduto da Paolo Romani, viceministro allo Sviluppo Economico con delega alle Comunicazioni.
 
Alla fine le nostre indiscrezioni sono state confermate. Agcom ha approvato la disciplina per la numerazione automatica dei programmi sul DTT, seguendo gli stessi principi adottati per il controverso Piano nazionale di assegnazione delle frequenze.
 
Dopo aver esaminato gli esiti del sondaggio sulle abitudini degli utenti, Agcom ha concluso i lavori per la regolamentazione della numerazione automatica dei programmi sul DTT. Non è ancora ufficiale, ma pare sia certo: le tv locali sono fuori.
 
Per Gasparri (quello della legge 112/2004) il digitale terrestre avrebbe salvato le televisioni locali dal “nanismo imprenditoriale”, consentendo loro di svilupparsi fino alla dimensione voluta, senza condizionamenti tecnici e giuridici. Insomma, senza lucchetti e catene.