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Raccolta Editoriali
Tira più una radio che un carro di (pay) tv. Così può essere sintetizzato il retroscena delle maxioperazioni radiofoniche in corso.
 
Se tutto andrà come dovrebbe andare, la bollente determinazione dei contributi per l’utilizzo delle frequenze del digitale televisivo terrestre passerà di mano.
 
Il modo di far televisione in Italia è radicalmente mutato tra la fine degli anni ’70 e quella degli anni ’80.
 
I dati sulla raccolta pubblicitaria del settore radiotelevisivo italiano del primo trimestre 2015 restituiscono informazioni interessanti.
 
Entro il 30 aprile scorso, in forza di una norma di legge, avrebbero dovuto essere disattivati gli impianti DTT incompatibili con le emissioni di stazioni estere, con conseguente riconoscimento degli indennizzi (pure previsti dal disposto normativo).
 
Il commissario ad acta nominato dal Consiglio di Stato ha chiuso la sua indagine. Il risultato era scontato, perché ovvie erano le risposte ai quesiti postigli.
 
L'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni leva gli scudi contro le insinuazioni sulla (auto)gestione del contributo dovuto dagli operatori per il funzionamento dell’ente.
 
Nielsen ha pubblicato i dati della raccolta pubblicitaria in Italia nel primo bimestre 2015. I dati riflettono non già e non solo lo stato economico della pubblicità dopo la dieta delle vacche, ma anche il reale interesse dei media planner verso i singoli mezzi.
 
Come da manuale, a seguito della fioritura nazionale, s’inverdisce anche il terreno degli LCN locali.
 
Torna il segno + davanti alle percentuali della raccolta pubblicitaria sul mezzo radio. E non è una contingenza legata ad eventi estemporanei (come nel caso dei Mondiali di calcio), ma una ricorrenza da molti mesi.