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Mondadori tratta per l'acquisto di Radio Padania? Segrate: fantasie giornalistiche, tra Monradio e la Lega solo normali scambi di frequenze
Ovviamente nessun operatore del settore ci aveva creduto, nemmeno per un minuto. Del resto, che Mondadori stesse riflettendo sul suo futuro radiofonico era noto.
Così come non era un segreto che le difficoltà a presidiare un mercato altamente competitivo come quello pubblicitario radiofonico con una sola rete fossero enormi e che quindi, più volte, in passato la società di Marina Berlusconi aveva corteggiato alcuni editori nazionali indipendenti con l'intento di affiancare una seconda emittente a R 101. Ed era anche una cosa che più volte era stata scritta che in quel di Segrate si fosse valutato di rilanciare la seconda concessione nazionale in pancia, quel relay di programma estero (facente capo alla s.p.a. GBR, già vettore di VOA Europe) che nel 2003 - prima dei fatti giudiziari che interessarono il precedente proprietario di quella che fu Radio Milano International (e che condussero Mondadori ad acquistare il pacchetto di emittenti dal custode giudiziario nominato dal (Tribunale di Milano) - s'apprestava a trasportare il prodotto Rock FM Europe. Ma che la figlia di Silvio Berlusconi ambisse a rilevare Radio Padania, nessuno aveva nemmeno osato pensarlo: era pura fantaradio. Che vantaggio concreto avrebbe tratto un gruppo come Mondadori da una concessione nazionale comunitaria, poco spendibile sul piano commerciale (in quanto non trasformabile nel suo carattere amministrativo)? Eppure nei giorni scorsi, prima su internet e poi sulla carta stampata, ha cominciato a girare la notizia di un patto segreto tra la radio di Bossi e quella di Marina Berlusconi che avrebbe potuto costituire il preludio di una possibile acquisizione verde da parte di Monradio. «Mondadori vuole comprarsi Radio Padania», titolava infatti un pezzo del periodico online Linkiesta.it, rilanciato oggi dal Corriere della Sera, che però aggiustava il tiro, puntando piuttosto i riflettori sull'intenso trading di frequenze che da qualche anno ha luogo tra il Carroccio e il braccio radiofonico di Berlusconi, attività  rilevabile dai periodici bollettini dell'Antitrust. "Un accordo che vincola ancor di più gli interessi di Bossi e quelli del Cavaliere?", si chiedeva il Corriere, che si rispondeva: "Non proprio, in realtà questo tipo di scambio è assai meno infrequente. La legge italiana impedisce alle emittenti private di accendere nuovi segnali sul territorio nazionale; possono però acquistare frequenze da altre stazioni. Unica deroga era stata concessa alle cosiddette «radio comunitarie» (nazionali, ndr), portavoce di partiti o movimenti. Che in Italia si riducono a due soggetti, Radio Maria e appunto Radio Padania. Queste ultime hanno occupato l'etere un po' in tutta Italia ma come nel caso della Lega finiscono per cedere quelle non ritenute strategiche". "L'operazione con la berlusconiana Monradio, così come altre nel recente passato, si è dunque tradotta con un buon afflusso di euro per le casse di via Bellerio", chiudeva il pezzo del corrierone. In realtà, inesattezze tecnico-giuridiche a parte, nulla di nuovo si pone sotto il sole per gli operatori e gli addetti del settore e, soprattutto, nessun disegno oscuro di acquisizione lenta e progressiva della radio dell'Alberto da Giussano si palesa da tali operazioni. Lo "scoop", tanto politicamente ghiotto quanto realmente poco credibile ha necessitato però di una immediata smentita da parte di Mondadori, che in una nota ha dovuto spiegare che tra i due enti c’era soltanto uno «scambio di frequenze» (rectius, permuta di impianti), cioè una pratica «assolutamente frequente» tra emittenti. «Pure fantasie estive», liquidate seccamente da Segrate, che ha sottolineato come il trading di canali FM sia cosa «assolutamente frequente, consolidata e attuata dalla stragrande maggioranza delle emittenti radiofoniche per la tipologia di impianti di cui si parla: si tratta infatti di quelli attivati in forza dell’art. 74 comma 2 della legge 488 del 2001 che non possono essere alienati ma unicamente permutati». Non esiste quindi, ha precisato il gruppo editoriale, alcun «flusso di denaro» tra Radio Padania e Mondadori. Accordi tecnici e strategici pertanto, ma niente money tra gentiluomini che non si sognano di infrangere le regole. (M.L. per NL) 
19/06/2011 17:27
 
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