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Musica. Gli artisti contro Youtube: inviata lettera alla Commissione Europea.

Autori e cantanti europei seguono l’esempio statunitense e scrivono alla Commissione Europea lamentando l’iniquità delle fee pagate da Youtube e della protezione offerta dal safe harbour; dal canto suo, Youtube evidenzia come gli stessi artisti non mostrino interesse dalla rimozione dei contenuti dell’utenza in quanto sono ben felici di lasciarli dove sono e incassarne i proventi che valgono per il 50% delle revenue.
La guerra del mondo musicale a Youtube approda anche nel vecchio continente, dopo la sua lunga storia oltreoceano. Pochi giorni fa, il 29 giugno, oltre mille artisti hanno firmato una lettera destinata al presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, nella quale accusano il portale video di Google di sottrarre valore economico alla comunità degli artisti e degli autori di canzoni. Argomento centrale delle accuse è sempre quel value gap, da anni al centro delle attenzioni del settore negli Stati Uniti, consistente nel progressivo aumento della distanza fra musica ascoltata online e ritorno economico che questa produce, differenza per la quale Youtube è ritenuta la principale responsabile. Secondo quanto sostenuto da chi opera nel settore musicale, il problema starebbe in due fattori: prima di tutto, il fatto che Google dia delle bassissime retribuzioni per la pubblicità, motivazione abbastanza fragile, se si tiene conto della difficoltà nel monetizzare contenuti online che non si limita ai soli video; il secondo problema, percepito particolarmente, è quello del così detto safe harbour, cioè la possibilità per siti come Youtube di essere esenti da responsabilità per i contenuti condivisi dai suoi utenti, anche se violano il copyright. Secondo gli artisti coinvolti, infatti, questo fornisce a Youtube un enorme potere contrattuale nello stabilire le retribuzioni, cioè quelle famose fee sulla pubblicità che, come già detto, sono ritenute troppo basse. Nella lettera, quella del safe harbour viene definita come “una regola vecchia scritta in un’altra epoca” allo scopo di “favorire le start-up digitali” ma che oggi viene “applicata impropriamente a corporation che distribuiscono e monetizzano il nostro lavoro”. Il discorso sostenuto dai creativi del settore può risultare comprensibile e, fino a un certo punto, anche condivisibile; in realtà, la rimozione del safe harbour, potrebbe anche dare nelle mani dei titolari dei diritti un’arma troppo potente, persino contro le major dell’online. Si può davvero pretendere che Facbook, ad esempio, sia ritenuta responsabile di quanto fanno ogni giorno un miliardo e mezzo di utenti? E che lo stesso valga per Youtube, con oltre un miliardo d’iscritti? Messa così, la richiesta sembra molto esosa, poiché comporterebbe per chi lavora nel web 2.0 un’assunzione di responsabilità eccessiva. Da Mountain View, la replica indignata di Youtube non si è fatta attendere troppo; ricordando che “i servizi digitali non sono il nemico”, l’azienda ha sottolineato come la sua collaborazione con l’industria musicale sia mirata a “generare ancora più ricavi per gli artisti” e che sino ad oggi, il portale ha prodotto  “3 mld di dollari” in favore dei musicisti. Inoltre, continua il comunicato, quasi tutte le “etichette e gli editori hanno accordi di licenza in essere con YouTube e nel 95% dei casi scelgono di lasciare i video caricati dai fan sulla piattaforma” traendone guadagno (secondo quanto stabilito da questi accordi). “Il nostro sistema di gestione dei diritti, Content ID,” concludono da Mountain View, “va ben oltre ciò che la legge richiede per aiutare i detentori dei diritti d’autore a gestire i propri contenuti su YouTube: i video caricati dai fan generano ad oggi il 50% delle loro revenue su YouTube”. (E.V. per NL)

04/07/2016 08:11
 
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